Cistite Ricorrente?

Le infezioni delle basse vie urinarie (IVU) rappresentano un disturbo molto comune che coinvolge come minimo il 60% delle donne nel corso della vita. A causa della notevole incidenza, le infezioni del tratto urinario sono argomento di notevole interesse per la salute pubblica: i costi di diagnosi e trattamento sono stimati, per i soli Stati Uniti, in oltre 25 miliardi di dollari. Questo tipo di infezioni colpiscono le donne adulte con un’incidenza di 50 volte superiore rispetto ai maschi, perché le donne hanno ureteri più brevi, che permettono ai batteri di origine intestinale di ascendere nella vescica. Il primo passo di un’infezione è la colonizzazione dei tessuti periuretrali, seguita dal passaggio di batteri attraverso l’uretra. Il secondo passo è invece l’adesione dei batteri alle pareti dell’uretra e della vescica e la successiva proliferazione. Il trattamento farmacologico dell’infezione prevede l’utilizzo di antibiotici specifici per le vie urinarie. Tra i microrganismi responsabili delle infezioni delle basse vie urinarie, Escherichia Coli è l’agente causale nell’80-95% dei casi di cistite, mentre Escherichia Coli più Candida Albicans sono responsabili di oltre il 95% degli episodi di cistite. Come anticipato, l’infezione che porta alla comparsa della sintomatologia definita cistite prevede che l’agente infettante (E. Coli) aderisca alla mucosa uroteliale della vescica per poi esplicare la propria virulenza. Questa adesione avviene grazie a dei veri e propri collanti adesivi, denominate adesine.
È una delle maggiori e più frequenti problematiche nei soggetti affetti da infezioni delle vie urinarie. Chi soffre di cistite ricorrente, dopo aver curato la fase acuta con l’ausilio di antibiotici, si ritrova nuovamente alle prese con l’infezione nel giro di breve.
Le linee guida dell’Associazione europea di Urologia suggeriscono ufficialmente di intervenire in questi casi con terapie alternative agli antibiotici, nell’ottica di prevenire la formazione di ceppi resistenti e di non far assumere alle pazienti antibiotici chemioterapici per lunghi periodi. Tra le terapie alternative consigliate è citata chiaramente quella che prevede l’utilizzo del Cranberry.
La causa della cistite ricorrente è da ricondurre alla formazione di colonie batteriche organizzate nel cosiddetto biofilm. Si parla di cistite ricorrente quando si presentano almeno due episodi nell’arco di 6 mesi e tre o più episodi durante l’anno. Le donne con cistiti ricorrenti hanno una maggiore predisposizione alla colonizzazione vaginale da uropatogeni, a causa di una maggiore propensione dei batteri ad aderire alle cellule uroteliali. Dopo aver aderito alla parete della vescica, per interazione dei suoi pili con i recettori presenti sulle cellule uroteliali, il batterio di E. Coli attiva un processo a cascata, che gli consente di creare delle comunità intracellulari che andranno a rivestire la superficie come una struttura complessa denominata biofilm. Questo meccanismo consente al batterio di sottrarsi all’azione degli antibiotici e alle risposte immunitarie dell’organismo e quindi disopravvivere nel tratto urinario per mesi. Un biofilm è una comunità strutturata di cellule batteriche racchiuse in una matrice polimerica autoprodotta e adesa a una superficie inerte o vivente. I biofilm permettono la sopravvivenzadelle cellule batteriche in un ambiente ostile. In questa prospettiva non sorprende che un impressionante numero di infezioni batteriche croniche e recidive vedano coinvolti biofilm batterici, difficilmente eradicati dalla terapia antibiotica convenzionale.
L’attività antibatterica del succo di Cranberry e nota da decenni. Nel corso degli anni l’assunzione del succo è stata gradualmente soppiantata da preparati in polvere dosati in buste, capsule e compresse di più facile utilizzo per il consumatore. La grande diffusione dei prodotti a base di Cranberry nasce da uno studio effettuato nel 1994 e pubblicato su Jama, effettuato su 153 donne anziane afflitte da cistite ricorrente. L’assunzione di 300 grammi di questo succo ne ha dimostrato efficacia clinica. L’efficacia del prodotto è dovuta alla capacità delle proantocianidine (PACS) del Cranberry di impedire l’adesione sull’urotelio della vescica di Escherichia Coli, il batterio responsabile dell’infezione; il meccanismo di azione passa dall’inibizione della capacità adesiva delle fimbrie batteriche di tipo P. Lo studio mette in evidenza che la quantità di proantocianidine utilizzate nel prodotto testato era di 36mg; essendo l’attività delle proantocianidine del Cranberry dose-dipendente, i 36 mg costituiscono il minimo dosaggio utile. Successivamente, altre unità di ricerca furono in grado di confermare la validità di quanto affermato con altrettante pubblicazioni: il lavoro venne presentato all’Agenzia francese di sicurezza alimentare (AFSSA) per ottenere un autoritario suffragio in merito all’attività positiva degli estratti di Cranberry nel trattamento delle infezioni delle vie urinarie.